Dopo quella del nostro presidente del consiglio, commentata nel blog di ieri, la frase con cui il nostro ministro per le riforme Umberto Bossi ha liquidato alcune polemiche sulla recente manovra fiscale, esprimendo lo stato d’animo di chi, a suo dire, vorrebbe provvedimenti meno restrittivi ( ma la realtà è ben diversa: la realtà effettuale è di totale condivisione ) è un altro dei segni della fine di un ciclo. Denota, infatti, un’incapacità congenita non solamente – e sarebbe già grave – a trovare e attuare soluzioni che non vadano a colpire sempre i soliti ceti sociali, oramai ridotti allo stremo, ma pure – ed è drammatico – a ragionare in maniera seria e costruttiva, senza insulti, boutade e slogan senza senso. Anche nella fattispecie, poi, tutto ciò va a negare le caratteristiche di fondo del “movimento” dei primi anni Novanta: proprio come in tanti processi rivoluzionari, si parte in un modo e si finisce praticamente all’opposto. Un movimento popolare, che ora deve annullare le proprie manifestazioni, per paura delle legittime contestazioni della propria base militante. Con la mancata esemplificazione burocratica; con le liberalizzazioni a vantaggio di pochissimi e a danno di tutti i cittadini; con una partitocrazia diventata ancora più soffocante e sfacciata, di quella della così detta “prima repubblica”; con il senso dello Stato disgregato, il bilancio è catastrofico, e accomuna i due leader. Sta finendo per consunzione, in cui ogni passaggio è un degrado; con un cupio dissolvi; con una lagna, non almeno con uno schianto; con una vergognosa e pratica ritrattazione e contraddizione di quanto sempre sostenuto, una vera e propria esperienza storica, che si annunciava e pure di esserlo cercò seriamente, straordinariamente pulita e creatrice. Almeno, alle origini. Su Umberto Bossi pesa poi però l’insostenibile pesantezza di aver fatto cadere il primo governo Berlusconi, del 1994, quello che, per quanto la Storia non si faccia con i se e con i ma, avrebbe potuto imporre quella ventata innovativa e positiva che teneva nel proprio portato genetico. In seguito, i fatti andarono diversamente, e sono noti, per quanto li si voglia minimizzare o negare del tutto. A proposito del personaggio, possono essere sintetizzati come segue. La Lega Nord nasce sull’ignoranza, pregiudizio e razzismo contro i Meridionali, successivamente trasferite contro gli immigrati e mai abbandonate. In più di suo ci mette una confusa, per usare un eufemismo, concezione di Stato secessionista, mai abbandonata, contro lo Stato: si inventa una baggianata quale mito fondante e su di essa regge la propria, chiamiamola così, ideologia. Sviluppatasi contro la così detta partitocrazia dei ladri di governo, comincia da subito a prendere soldi come tutti gli altri partiti dagli enti e da tante altre fonti, oltre che, nel corso degli anni, mutuarne tutte le forme più odiose, dall’oligarchia di vassalli e clienti, al familismo amorale. Fonda una banca, che volatilizza i risparmi dei poveri padani che si erano fidati. Poi, li prende direttamente da Berlusconi, del quale e in ragione di ciò diventa organica, salvo abbaiare senza motivo e senza costrutto in direzione contraria a ogni occasione possibile e salvo poi smentire nei fatti, nei momenti decisivi, i latrati. Finisce con l’argomentare oramai solo più con insulti, offese, contumelie, e ragionamenti in confronto dei quali le chiacchiere da bar dello sport assumono spessore filosofico. Umberto Bossi, a differenza di Silvio Berlusconi, starebbe già in carcere, se un’apposita legge – detta appunto la salva – Bossi, per quanto ovviamente se ne sia parlato poco – non gli avesse evitato l’ennesima condanna, che lo avrebbe portato dietro le sbarre, depenalizzando il reato di vilipendio alla bandiera, a opera degli alleati dell’allora Forza Italia e dell’allora Alleanza Nazionale. Ma poi, a parte tutto, che pena sentire una persona fisicamente ed evidentemente colpita nel fisico, usare contro un’altra insulti legati all’aspetto fisico! Ecco, il cupio dissolvi, che le due recentissime frasi dei due maggiori leader del regime agli sgoccioli, oramai avulso dalla realtà, indicano emblematicamente meglio di quella delle famose brioches della regina Maria Antonietta.
