
Con un editoriale il Foglio si chiedeva se è già possibile dare un giudizio storico equanime sul berlusconismo, senza dovere vivere “vent’anni di penose menzogne incrociate, come avvenne dopo il 1945”.
Un giudizio sul berlusconismo oggi in crisi, è e sarà necessario: non lo si potrà mettere sotto il tappeto insieme alla polvere depositatasi sulla politica italiana dal 1994 a oggi.
Per questo serve portarsi “avanti con il lavoro, invece di aspettare poi vent’anni il momento in cui la cultura italiana sia finalmente autorizzata a dire su questi anni cruciali verità, magari ipotetiche e destinate per molti a restare controverse, che però sfondino un regime di censura ideologica.
Fin qui “Il Foglio”.
Beh, è proprio quello che tenta di fare “Metafisica del bunga bunga” (Etimpresa, giugno 2011) di Giuseppe Puppo.
E’ POSSIBILE? ECCO ALCUNE RISPOSTE.

No: non è possibile, per ora, dare un giudizio equanime sulla parabola berlusconiana. Non è possibile perché non si è mai obiettivi mentre la partita è in corso. Ma, ancor più, non è possibile perché Silvio Berlusconi è croce e delizia di se stesso. Il grande errore del Cav. – errore che si vede molto bene (quasi) ex post, ma che si poteva vedere anche ex ante e che molti avevano visto con chiarezza – sta nella deliberata, cercata e voluta confusione tra se stesso e l’orizzonte politico e culturale che egli incarnava. Berlusconi non ha mai voluto investire (soldi, sforzi, fatica, fiducia…) nella costruzione di una cultura politica: Berlusconi ha investito solo nella sua immagine e nel suo carisma.

Bersani ha venduto le sue lenzuolate semiliberali al miglior offerente per un pugno di ospitate ad Annozero e la famosa “vocazione maggioritaria” di veltroniana memoria è diventata argomento buono solo per alcuni liberal nostalgici, tutti presi a raccontarsi di “come si stava meglio (con Veltroni), quando si stava peggio (e si perdeva)”. L’orgia sinistra di oggi è un’ammucchiata selvaggia che parte da Bocchino e arriva fino a Nichi Vendola (pallida imitazione della grande chiesa di Che Guevara e Madre Teresa teorizzata da Jovanotti) e ha un solo obbiettivo: abbattere Berlusconi, negargli consistenza politica, non riconoscere dignità morale a chi lo vota e – sopra ogni cosa – superare di slancio questo incubo che dura dal 1994 e ricominciare la solita vita di sempre, tra governi balneari e larghe intese. Alcuni che si dicono liberali sono lì, oggi, a brindare alla presunta fine di Berlusconi con manettari e statalisti. Altri statalisti, invece, sono lì a tenere in piedi Berlusconi e a dirgli che tutto va bene, che no, non è lui che sbaglia, che è tutta colpa di Santoro e Floris, di Annozero e Ballarò.

Un giudizio equanime sul berlusconismo è difficile, perché Berlusconi non è ancora stato consegnato alla storia patria, pur trovandosi in una inequivocabile parabola discendente e avendo da molto tempo esaurito la sua "spinta propulsiva", che a posteriori pare sempre più essere stata legata solo a una innovativa strategia di marketing politico nell'ormai remoto 1994, in seguito riproposta secondo lo stesso canovaccio e capitalizzata grazie a errori marchiani della sinistra e del suo "riformismo" impotente e moralistico. I fatti sono clamorosamente mancati, sostituiti da recriminazioni su "nemici" e "quinte colonne", nella ricorrente retorica dell'"agente ostruente esterno", quello che non lo avrebbe lasciato lavorare. Da qui il rincorrere miraggi di riforme istituzionali che avrebbero demolito definitivamente il sistema di pesi e contrappesi che pure nella celebrata democrazia americana limitano, a volte in modo decisivo, il raggio d'azione dell'uomo più potente del mondo.

E’ possibile formulare un giudizio equanime su uno che ha sempre cercato di evitare che sul proprio conto fossero formulati giudizi equanimi? E’ possibile astenersi dal considerare qualsiasi accadimento politico un referendum sulla sua persona quando è stato lui, per quasi vent’anni filati, il primo a trasformare ogni inezia in un segnale inequivocabile della propria predestinazione? E’ possibile esprimere un parere equilibrato su un tizio che ignora strumentalmente qualsiasi equilibro ogni volta che apre bocca?
La risposta, per come la vedo io, è sì: credo che sia possibile, adoperando una quantità di buon senso, di razionalità e di autocontrollo assai superiore a quella che l’individuo in questione continua ad impiegare ancora adesso, mentre il tracollo dell’-ismo che è stato coniato appositamente per lui accelera settimana dopo settimana.

In un’era politica così lunga e complessa come è stata quella che dal 1994 è giunta fino ad oggi, è naturale che si alternino momenti bui a momenti di splendore. Silvio Berlusconi ha rappresentato la più grande svolta nella statica politica italiana. Berlusconi è stato colui che scrisse “Forza alziamoci, il futuro è aperto, entriamoci”: parole che vanno al di là dello slogan fine a se stesso. Parole e frasi hanno provocato uno tsunami, che hanno cambiato il modo di fare e di intendere la politica. Ha costretto sempre i suoi avversari ad inseguirlo e a svecchiarsi. Certo, molto di quanto promesso non è stato fatto. Molti proclami sono rimasti sulla carta. La colpa, però, non è tutta sua. Il Cavaliere viene accusato di essere il padrone del suo partito, una sorta di Napoleone. Eppure, se tante mediazioni e retromarce sono state fatte, la causa è da ricercarsi proprio nella sua eccessiva disponibilità a concedere contentini ai vari alleati, ai vari esponenti di quella Corte dei miracoli che lo circonda. Individui che spesso, dopo aver ottenuto tutto e di più, non hanno esitato a voltargli le spalle. A forza di rappresentarlo come il nuovo Duce, la gioiosa macchina da guerra della sinistra ha di fatto indebolito Berlusconi. Oggi l’immagine che abbiamo davanti agli occhi è quella di un Silvio Berlusconi stanco e invecchiato. Eppure, quella stessa figura così ingessata è stata capace di rendere moderna e nuovamente vitale la politica che in quarant’anni aveva reso l’Italia un nulla a livello mondiale. Qualche merito è doveroso darglielo. Serenamente e pacatamente, come diceva qualcuno.

Ad un “giudizio equanime” sul Cav. è invece più importante che arrivi il centrodestra, ma non è scontato che ne sia capace: occorre saperne cogliere errori e limiti, evitando però quel mestiere tutto italiano di smarcarsi (“Chi, io? Mai stato berlusconiano”). In 17 anni non è che siano mancate cose buone, anche molto buone, ma stanno svanendo dall'orizzonte anche di questa legislatura le riforme che sono la ragion d'essere fondante del berlusconismo. Il Cav. ha introdotto nella politica italiana il tema delle tasse e del peso dello stato.
